TUTTO da rifare. Per la seconda volta in meno di due anni, i magistrati del Tar si trovano a bacchettare la soprintendenza per il polo museale di Roma. Il bando per l'affidamento del servizio di ristorazione di Castel Sant'Angelo, Galleria Borghese, Palazzo Venezia e Palazzo Barberini non piace proprio ai giudici di via Flaminia. L'intoppo è a pagina 6 del documento in cui si elencano i requisiti per partecipare all'asta. Pubblicato il 30 giugno 2010, avrebbe dovuto affidare una concessione da almeno 6 milioni e 200 mila euro per i 6 anni a venire. «Il candidato deve dimostrare di essere esercente di 3 punti di ristoro sotto un unico marchio, in maniera continuativa e durante il triennio 2007-2009, il cui fatturato lordo complessivo per ciascun punto ristoro sia non inferiore a euro 1.500.000». Questa la clausola che, per i giudici del Tar, «costituisce un'irragionevole restrizione della concorrenza, senza che a ciò corrisponda alcun interesse per la stazione appaltante». In pratica, un identikit che restringe di molto la platea dei potenziali concorrenti. Così come formulato dalla soprintendenza, il bando avrebbe tagliato fuori gran parte degli operatori romani. Tra questi anche la Minuetto, società che da 56 anni si occupa della ristorazione a Castel Sant'Angelo e che ha impugnato il bando. Solo gruppi solo per fare un esempio delle dimensioni dei Fratelli La Bufala, Rosso Pomodoro, Pizza Re o L'Insalata Ricca riuscirebbero a soddisfare il requisito. Sul documento il primo stop del Tar era arrivato nell'ottobre 2010. In quell'occasione, la soprintendenza aveva risposto alla sentenza con una nota che modificava il bando per la sola Minuetto. Una decisione «adottata in violazione ed elusione di giudicato ». Quindi, da dichiarare nulla, così come tutta la gara. «La clausola inserita dalla soprintendenza spiega Adriano Tortora, avvocato della Minuetto mirava all'esclusione dei comuni operatori, aprendo solo alle grandi catene». Il tutto, aggiunge il legale, «a dispetto della qualità del servizio: sarebbe triste trovare cibo scadente nei musei». E i guai per la soprintendenza non finiscono qui: a partire dal 6 novembre, data di pubblicazione della sentenza, per ogni giorno di ritardo sull'annullamento della gara, il Mibac verserà 100 euro alla ricorrente. Soldi pubblici, come quelli con cui sono state pagate le spese legali.