La Biennale dei Beni culturali è lo specchio di un mondo incapace di parricidio: parlano di innovazione gli stessi protagonisti che non hanno impedito il disastro Occorre il parricidio. Nessuno ne parla ma sarebbe l'unica cosa giusta. L'Italia ha un patrimonio storico-artistico in coma che fa vergognare invece che esserne fieri; ha più di 3.500 musei nella maggior parte dei quali non mette piede neanche un topo; eppure, nonostante questo fallimento, noi continuiamo ad offrire passerelle di lusso e prestigio a coloro che ne sono responsabili. Ci lamentiamo che le bellezze d'Italia si stiano sbriciolando, ci lamentiamo che 28 milioni di cittadini non abbiano mai tuffato il naso in uno dei 5.600 siti archeologici del Paese; ci lamentiamo dei 12.400 archivi e biblioteche la cui unica missione è spesso accumulare libri, carte e debiti finanziari; ci lamentiamo sempre ma nessuno ha il coraggio di fare l'unica cosa giusta: mettere fine alla carriera istituzionale di coloro che da decenni padroneggiano il sistema dei beni culturali con incarichi, direzioni, ruoli di vertice. Abbiamo paura di attentare ai loro nomi, così esimi, così prestigiosi, così altolocati, così soci onorari delle più blasonate accademie, abbiamo paura del parricidio e, nell'impotenza di uccidere la loro carriera, li riconfermiamo nel loro potere. Averli sul tappeto rosso delle nostre manifestazioni culturali fa prestigio; averli come soci onorari significa rendere rinomate le nostre associazioni; averli nelle iniziative significa avere dalla nostra parte i caporedattori di Repubblica, Corriere della Sera, Sole 24 ore che pubblicano i loro discorsi, le loro lectio magistralis. Insomma averli con noi è più conveniente che dirgli: «Avete fallito». Pazienza se con le loro lectio magistralis e le loro ricette le bellezze d'Italia sono andate alle ortiche. «Florens 2012», la Biennale Internazionale dei Beni Culturali, sta finendo come al solito nel nulla, non essendo stata nient'altro che l'ennesima passerella di lusso offerta ai protagonisti di questo fallimento. Come da copione, a Florens ci sono tutti coloro che negli ultimi trent'anni ci hanno riempito di omelie su come salvare il patrimonio, ma poi nei loro ruoli di potere non hanno mosso una virgola affinché il patrimonio non affossasse così in basso. Mancano all'appello Salvatore Settis, Alain Elkann, Vittorio Sgarbi, ma per il resto ci sono tutti: da Antonio Paolucci ad Andrea Carandini, da Alberto Asor Rosa a Cristina Acidini e Gustavo Zagrebelsky (lui all'ultimo ha dato forfait). Sono decenni che si dividono la piazza della cultura impegnata nella difesa del sapere umanistico e impartiscono lezioni. Peccato che le loro lezioni non abbiano motivato un solo italiano in più a dire: «Io amo il mio museo e me ne prendo cura». Davvero davanti al disastro dei beni culturali, l'innovazione per le future generazioni passa da Andrea Carandini (classe 1937) che da presidente del Consiglio Superiore dei Beni culturali ha dichiarato che questo ente è pressoché inutile perché la politica non lo ascolta? Perché allora non si è dimesso dopo una settimana? Ha dichiarato che «oggi in Italia viviamo in un presente piatto e grigio senza visione» e non sentendosi in alcun modo responsabile di aver concorso anche lui a produrlo si è preso giustamente anche la direzione culturale della Biennale Florens. Davvero davanti al disastro dei beni culturali, l'innovazione passa da Antonio Paolucci (classe 1939), che fu ministro vent'anni fa e da ministro non ricordiamo una sola proposta di valore degna di questo nome? Adesso è direttore dei Musei Vaticani, e ciò non basta, e così è nell'assemblea dei soci dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze che decide cospicui finanziamenti per il patrimonio; ed è presidente del Comitato scientifico di Civita, il cui gruppo societario gestisce i servizi museali di musei come gli Uffizi. Davvero l'innovazione passa da Cristina Acidini, che, oltre ad essere soprintendente del Polo museale di Firenze (che prima fu di Paolucci), è anche membro di varie fondazioni come l'Opera Laurenziana, ovvero l'ente che gestisce le Cappelle Medicee di Michelangelo, o la Fondazione Palazzo Strozzi? Possibile che il futuro passi da chi ha incrementato soltanto la decadenza attuale e un turismo mordi e fuggi, senza legare in nessun modo le comunità al loro patrimonio, i cittadini al tessuto di bellezze che possiedono i territori? Chi è parte della malattia non può proporsi come cura. Invece ce li ritroviamo tutti lì, a Florens. Loro sono solo gli esempi massimi di una gerarchia di personaggi e nomi che da decenni gestiscono l'immobilismo dei beni culturali. Il problema degli italiani è questo: hanno paura del parricidio.
La rassegna Florens 2012. La cultura fatta a pezzi dagli antichi maestri
La Biennale dei Beni culturali a Firenze è stata un evento che ha messo in luce il fallimento del sistema dei beni culturali in Italia. I protagonisti di questo fallimento, come Salvatore Settis, Alain Elkann e Vittorio Sgarbi, sono stati presenti all'evento, ma non hanno mosso nulla per salvare il patrimonio. Al loro posto, ci sono stati altri personaggi, come Andrea Carandini, Antonio Paolucci e Cristina Acidini, che hanno continuato a gestire l'immobilismo dei beni culturali. Il problema è che questi personaggi hanno paura del "parricidio", ovvero di mettere fine alla loro carriera, e quindi continuano a mantenere il status quo.
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