Il ministro deiBeni culturali chiamato a render conto anche di altre nomine. Resistenze del Pd Dovrà spiegare con quali criteri, in base a quali titoli professionali e scientifici abbia scelto di assegnare i vertici di alcune importanti istituzioni culturali. Per Lorenzo Ornaghi, mercoledì prossimo sarà il giorno della verità sulle «nomine governative" effettuate su proposta del suo ministero. Il responsabile del dicastero dei beni culturali dovrà. renderne conto davanti ai senatori della commissione cultura che, dopo uno scontro abbastanza acceso tra Pdl e Pd, hanno deciso di audirlo prima di assumere altre decisioni più dirompenti. La formulazione della richiesta è abbastanza generica, ma l'obiettivo invece è specifico e molto diretto: scoprire le carte sulla nomina di Giovanna Melandri, deputato pd ed ex ministro proprio dei beni culturali, alla guida del Maxxi, il museo di arte del 2lesimo secolo di Roma. A sollevare la questione Franco Asciutti, senatore Pdl, che in prima battuta contesta a Ornaghi la scarsa attenzione che presta al destino dei 'disegni di legge a sua firma, tra cui quello sui restauratori e quello sulla qualità architettonica, che languono senza che si faccia carico di portarne a compimento l'iter. Asciutti a più battute in commissione, sostenuto dalla Lega e anche dall'Idv, ha poi riacceso i riflettori su alcune recenti nomine: le candidature sottoposte al parlamento per il Consiglio di amministrazione per Centro sperimentale di cinematografia, per le quali non è stata rispettata la legge sulla parità di genere; le nomine al Consiglio superiori dei beni culturali, per le quali mancherebbero i requisiti scientifici, e poi, caso dei casi, «la contestata nomina dell'onorevole Melandri alla presidenza della Fondazione Maxxi. Alla richiesta si è subito associata la Lega capitanata da Mario Pittoni: «Il Maxxi soffre di un disavanzo nella gestione 2011 pari a 700.000 euro, la nomina della Melandri è stata sostenuta dalla presentazione di un progetto per la gestione e lo sviluppo del polo museale? Sarebbe interessante saperlo, visto che questo governo predica merito e trasparenza. Netta invece la resistenza del Pd affidata a Antonio Rusconi, che da ottobre si oppone a che l'affare sia assegnato. Contestando innanzitutto la competenza della commissione a valutare nomine del governo su cui non è previsto il parere del parlamento. E poi la Melandri, ha detto in coro il Pd, ha un curriculum che parla da solo, un titolo per tutti è il ruolo istituzionale di ministro per i beni e le attività culturali. Sulle parentele della Melandri, invece, «trovo inaccettabile discutere, sottolinea Rusconi. Il riferimento è alle maliziose insinuazioni circa la parentela della Melandri con Gianni Minoli (a sua volta presidente del Museo di Arte Contemporanea di Rivoli) e dunque con il di lui genero, Salvo Nastasi, direttore per lo spettacolo dal vivo del ministero ed ex capo di gabinetto proprio di Ornaghi. E poi Rusconi ne fa anche una questione di principio. Perché, è il ragionamento, se cominciamo a verificare gli incarichi dati in questa legislatura allora ripassiamo anche quelli fatti fino a pochi mesi fa dal centro-destra, a suo giudizio 'davvero discutibili., e su cui tuttavia «il centrosinistra non ha mai richiesto l'assegnazione di uno specifico affare, ritenendo che rientrassero nella sfera di discrezionalità dell'esecutivo, il quale ne portava la responsabilità«. Già, «ma si trattava di un governo politico, che faceva scelte anche politiche, ha obiettato Asciutti, tecnici non possono pretendere di agire con gli stessi criteri, giusti o sbagliati che siano. Alla fine, per non spaccare la strana maggioranza che sostiene il governo Monti, la commissione presieduta dal pdl Guido Possa ha optato per un'audizione e non più per l'affare, che impegna formalmente parlamento e governo. Mentre l'audizione non ha effetti, salvo rendere note le dichiarazioni rese. «Attendiamo con ansia di sapere cosa risponderà Ornaghi. E se le sue argomentazioni sono tali da dissipare ogni dubbio sulla bontà tecnica delle nomine finora fatte, altrimenti., minaccia Asciutti, «andremo al voto perché si ritorni sull'affare. E allora vedremo