Lo annuncia Berlusconi, mentre il ministro dell'economia ancora non ne sa nulla A cadere dalla nuvole, questa volta, è stato il ministro dell'economia, Siniscalco. Il suo ministero, di prima mattina, aveva speso una nota ufficiale agli organi di stampa per «smentire categoricamente» l'ipotesi di cessione di ulteriori quote azionarie di Enel. «L'articolo - pubblicato ieri dal quotidiano Finanza e mercati - è privo di fondamento». Nemmeno il tempo di archiviare la smentita ed ecco che il presidente del consiglio, uscendo da Palazzo Spada dopo l'inaugurazione dell'anno giudiziario del Consiglio di Stato, affermava altrettanto categoricamente l'opposto: «La questione è sul tappeto. Stiamo esaminando tutto. Oggi ne discuto con Siniscalco a pranzo». Il povero e disinformato ministro dell'economia, a quell'ora, stava rispondendo ai microfoni di Radio Repubblica, e - ad esternazione berlusconiana ormai avvenuta - era costretto ad ammettere di non saperne nulla. Poi, abituato evidentemente ad essere messo al corrente delle decisioni del premier in modo irrituale (e imprevedibile), provava a metterci una pezza: «Vedremo di ragionare su un piano di privatizzazioni con un orizzonte di almeno 18 mesi». Anche perché, nel frattempo, nel piatto delle privatizzazioni «in atto» erano entrate anche le Poste. L'obiettivo dichiarato è quello della riduzione del debito pubblico. Non potendo aiutare la crescita del prodotto interno lordo per evidente assenza di una politica economica; non potendo aumentare le entrate (dopo aver deciso di tagliare le tasse); non potendo ridurre ancora di più la spesa pubblica, diventa questo l'unico modo per provare a mantenere un rapporto deficitPil compatibile con Maastricht, al 3. Ma potrebbe anche diventare un modo di reperire risorse fresche per «stimolare» l'economia senza cadere sotto i fulmini dell'Unione europea. La cessione di un'ulteriore quota di Enel presenta però problemi seri. Al momento lo stato ne controlla direttamente poco più del 31, mentre un altro 10 circa è in mano alla Cassa depositi e prestiti (Cdp). Il sottosegretario Mario Baldassarri (uno dei vice di Siniscalco) mostrava di saperne più del suo «capo» e quantificava la quota da cedere in un 20. Se così dovesse avvenire allo stato resterebbe solo il 10, e diventerebbe praticamente impossibile continuare a mantenere il controllo dell'ex monopolista elettrico (che, tra l'altro controlla al 100 Wind, uno dei quattro gestori della telefonia mobile, dalla cui quotazione in borsa Siniscalco spera di ricavare 12 miliardi di euro), specie se dovessero muoversi forze paragonabili a quelle che trasformarono la privatizzazione di Telecom in un affare colossale a spese dello stato. Tra l'altro, il momento scelto per parlarne non sembra tra i migliori. Proprio ieri era atteso a Roma Pierre Gadonneix (amministratore delegato di Edf, l'azienda elettrica francese), latore di varie proposte di collaborazione con Enel, tra cui la compartecipazione al programma Epr (reattore nucleare pressurizzato europeo). Parlare di modifiche all'assetto societario in presenza di contrattazioni certamente «delicate» può infatti indebolire la posizione di chi in quel momento (in nome e per conto dell'«azionista di maggioranza», ovvero lo stato italiano) sta trattando. Più fluide invece le prospettive per una privatizzazione delle Poste. Qui il capitale fa capo al 65 al ministero del Tesoro e per il restante 35 alla Cdp. La quotazione della società - che ha prodotto nel 2004 un fatturato di 9 miliardi di euro - dovrebbe equivalere o superare di poco il fatturato; anche perché, se pure da tre anni sta ottenendo utili, questi ultimi non sono di dimensioni tali da far gridare al grande affare. Allo stato attuale, con appena 90 milioni di utile (l'1 rispetto al fatturato, con un rapporto priceearning intorno a 100, invece che al «normale» 16) c'è il fondato rischio che il collocamento in borsa sia molto, ma molto, difficile. Le poste tedesche, e in parte quelle olandesi (entrambe hanno seguito un percorso simile a quello ipotizzato per Poste italiane), hanno già fatto vedere come, in questi casi, possa avvenire un drammatico crollo delle quotazioni dopo la collocazione.